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Vasilij Vasil’evič Kandinskij  (Mosca, 4 dicembre 1866 – Neuilly-sur-Seine, Parigi, 13 dicembre 1944) è stato un pittore russo, considerato il padre dell’astrattismo lirico.

Kandinskij nelle sue opere espone le sue teorie sull’uso del colore, intravedendo un nesso strettissimo tra opera d’arte e dimensione spirituale. Il colore può avere due possibili effetti sullo spettatore: un effetto fisico, superficiale e basato su sensazioni momentanee, determinato dalla registrazione da parte della retina di un colore piuttosto che di un altro; un effetto psichico dovuto alla vibrazione spirituale (prodotta dalla forza psichica dell’uomo) attraverso cui il colore raggiunge l’anima. Esso può essere diretto o verificarsi per associazione con gli altri sensi.L’effetto psichico del colore è determinato dalle sue qualità sensibili: il colore ha un odore, un sapore, un suono. Kandinskij utilizza una metafora musicale per spiegare quest’effetto: il colore è il tasto, l’occhio è il martelletto, l’anima è un pianoforte con molte corde.  Kandinskij, sempre in base alla teoria secondo la quale il movimento del colore è una vibrazione che tocca le corde dell’interiorità, descrive i colori in base alle sensazioni e alle emozioni che suscitano nello spettatore, paragonandoli a strumenti musicali. Egli si occupa dei colori primari (giallo, azzurro, rosso) e poi di colori secondari (arancione, verde, viola), ciascuno dei quali è frutto della mescolanza tra due primari. Analizzerà anche le proprietà di marrone, grigio e arancione.

. Il giallo è dotato di una follia vitale, prorompente, di un’irrazionalità cieca; viene paragonato al suono di una tromba, di una fanfara. Il giallo indica anche eccitazione quindi può essere accostato spesso al rosso ma si differenzia da quest’ultimo.

. L’azzurro è il blu che tende ai toni più chiari, è indifferente, distante, come un cielo artistico; è paragonabile al suono di un flauto.

. Il rosso è caldo, vitale, vivace, irrequieto ma diverso dal giallo, perché non ha la sua superficialità. L’energia del rosso è consapevole, può essere canalizzata. Più è chiaro e tendente al giallo, più ha vitalità, energia. Il rosso medio è profondo, il rosso scuro è più meditativo. È paragonato al suono di una tuba.

. L‘arancione esprime energia, movimento, e più è vicino alle tonalità del giallo, più è superficiale; è paragonabile al suono di una campana o di un contralto.

. Il verde è assoluta mobilità in una assoluta quiete, fa annoiare, suggerisce opulenza, compiacimento, è una quiete appagata, appena vira verso il giallo acquista energia, giocosità. Con il blu diventa pensieroso, attivo. Ha i toni ampi, caldi, semigravi del violino.

. Il viola, come l’arancione, è instabile ed è molto difficile utilizzarlo nella fascia intermedia tra rosso e blu. È paragonabile al corno inglese, alla zampogna, al fagotto.

. Il blu è il colore del cielo, è profondo; quando è intenso suggerisce quiete, quando tende al nero è fortemente drammatico, quando tende ai toni più chiari le sue qualità sono simili a quelle dell’azzurro, se viene mischiato con il giallo lo rende malto, ed è come se la follia del giallo divenisse “ipocondria”. In genere è associato al suono del violoncello.

. Il grigio è l’equivalente del verde, ugualmente statico, indica quiete, ma mentre nel verde è presente, seppur paralizzata, l’energia del giallo che lo fa variare verso tonalità più chiare o più fredde facendogli recuperare vibrazione, nel grigio c’è assoluta mancanza di movimento, che esso volga verso il bianco o verso il nero.

. Il marrone si ottiene mischiando il nero con il rosso, ma essendo l’energia di quest’ultimo fortemente sorvegliata, ne consegue che esso risulti ottuso, duro, poco dinamico.

. Il bianco è dato dalla somma (convenzionale) di tutti i colori dell’iride, ma è un mondo in cui tutti questi colori sono scomparsi, di fatto è un muro di silenzio assoluto, interiormente lo sentiamo come un non-suono. Tuttavia è un silenzio di nascita, ricco di potenzialità; è la pausa tra una battuta e l’altra di un’esecuzione musicale, che prelude ad altri suoni.

. Il nero è mancanza di luce, è un non-colore, è spento come un rogo arso completamente. È un silenzio di morte; è la pausa finale di un’esecuzione musicale, tuttavia a differenza del bianco (in cui il colore che vi è già contenuto è flebile) fa risaltare qualsiasi colore.

L’artista affronta la pittura astratta attraverso tre gruppi di opere, che anche nelle loro denominazioni indicano il legame dell’arte di Kandinskij con la musica: “impressioni”, “improvvisazioni” e “composizioni”.

Kandinsky divise le sue opere in tre categorie: Impressioni sono i quadri nei quali resta ancora visibile l’impressione diretta della natura esteriore; improvvisazioni, quelli nati improvvisamente dall’intimo e inconsciamente; composizioni quelli alla cui costruzione partecipa il cosciente, definiti attraverso una serie di studi.

Kandinsky considerò le Composizioni, come le dichiarazioni più importanti delle sue idee artistiche. Esse condividono diverse caratteristiche che esprimono questa monumentalità: l’impressionante grande formato, la coscienza, la pianificazione deliberata della composizione, e la trascendenza della rappresentazione da parte di immagini sempre più astratte. Proprio come le sinfonie si definiscono pietre miliari nella carriera di un compositore, le composizioni di Kandinsky hanno rappresentato il culmine della sua visione artistica in un dato momento della sua carriera.

Composizione VIII:

"Composizione VIII"

("Composizione 8" 1923, olio su tela, 140 x 201 cm. Museo Solomon R. Guggenheim, New York.)

 Dipinta dieci anni più tardi, nel 1923, Composizione VIII riflette l’influenza del suprematismo e costruttivismo assorbiti da Kandinsky in Russia, prima del suo ritorno in Germania per insegnare al Bauhaus. Qui, Kandinsky si è spostato dal colore alla forma, come l’elemento dominante della composizione. Forme di contrasto costituiscono ora l’equilibrio dinamico dei lavori, il grande cerchio in alto a sinistra gioca contro la rete di linee precise nella parte destra della tela. Si noti inoltre come Kandinsky utilizzi colori diversi nelle forme per eccitare la loro geometria: un cerchio giallo con alone blu contro cerchio blu con alone giallo; un angolo retto pieno di blu e un angolo acuto di colore rosa. Lo sfondo lavora anche per migliorare la dinamicità della composizione. Il design non appare come un esercizio geometrico su un piano, ma sembra che si svolga in uno spazio indefinito. I colori di sfondo stratificato – azzurro, in fondo, giallo chiaro in alto e bianco in mezzo – definiscono questa profondità. Le forme tendono a retrocedere e avanzare all’interno di questa profondità, creando una dinamica, con effetto push-pull.

("Alcuni cerchi" 1926, olio su tela, 140 x 140 cm. Museo Solomon R. Guggenheim, New York.)

Alcuni cerchi:

Nella tela a sfondo nero,le cui sfumature seguono armoniosamente le figure colorate, si stagliano alcuni cerchi che sembrano fluttuare nel vuoto e che ricordano moltissimo i pianeti che orbitano nell’universo secondo le leggi della reciproca attrazione gravitazionale: alcuni di essi sono più isolati rispetto ad altri che invece formano degli agglomerati consistenti. La sovrapposizione del cerchio blu, predominante sugli altri per grandezza, su un cerchio bianco sfumato nei contorni richiama le eclissi lunari: con un impiego di forme geometriche e colori Kandinsky realizza così un’opera che appaga anche i sensi e non solo l’occhio. Il cerchio nero interno a quello blu è richiamato da altri cerchi più piccoli dello stesso colore che costellano l’intera opera. I colori sono come trasparenti ed è importate notare la straordinaria abilità del pittore nel rappresentare le variazioni tonali dei “cerchi-pianeti” che si sovrappongono e si eclissano a vicenda, senza però oscurarsi reciprocamente del tutto.

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Edouard Manet

Èdouard Manet è conosciuto come il padre dell’Impressionismo, sebbene egli stesso non abbia mai voluto essere identificato col gruppo degli Impressionisti, né partecipò mai alle loro esposizioni. Questo perché, per tutta la vita, preferì avere un riconoscimento ufficiale davanti allo Stato mediante l’ammissione al Salon, e non “attraverso sotterfugi”, come lui stesso affermò.

Fu un pittore molto rivoluzionario poichè ebbe la sfrontatezza di pubblicare opere “indecenti” per l’epoca in cui visse, le più famose sono:

  • Colazione sull’erba è un dipinto ad olio su tela di cm 208 x 264 realizzato tra il 1862 ed il1863 dal pittore francese Édouard Manet, è oggi conservato al Musée d’Orsay di Parigi. Il quadro venne esposto al Salon des Refusés nel 1863, dopo essere stato rifiutato al Salon ufficiale, provocando uno scandalo.
    Colazione Sull'Erba

    Edouard Manet, Colazione sull'Erba, 1862-1863

    L’accoglienza non fu, infatti, delle più miti: numerosi critici considerarono l’opera volgare, trattandosi di nudi femminili in libertà in compagnia di giovanotti borghesi. Ma non fu solo il soggetto a sollevare lo sdegno degli osservatori: anche la modernità nello stile, dal punto di vista cromatico e compositivo, venne aspramente criticata a Manet.

    Il quadro raffigura una colazione in un bosco, nei pressi di Argenteuil, dove scorre la Senna. In primo piano vi è una donna nuda che guarda verso il pittore, comodamente adagiata su un panno azzurro, probabilmente una parte delle vesti di cui si è liberata. La modella è Victorine Meurent, che posò anche per la figura di donna sullo sfondo, la quale è intenta a bagnarsi nel fiume. I due giovani in primo piano, vestiti elegantemente, sono Gustave Manet (fratello del pittore) e lo scultore olandese Ferdinand Leenhoff, amico di Manet. Nell’angolo in basso a sinistra, giacciono i vestiti delle donne e la colazione da cui l’opera prende il titolo.

    Nonostante l’impianto compositivo sia di matrice classica, l’utilizzo di abiti moderni gettò scandalo, perché sembrava spogliasse l’opera d’arte dei suoi contenuti elevati. Anche la differenza proporzionale tra la donna sullo sfondo e la barca ormeggiata alla destra venne considerata un’imperizia da parte del pittore: in realtà i morbidi contrasti cromatici e l’utilizzo della prospettiva aerea in chiave moderna inscrivono l’opera nei capolavori del XIX secolo.

  • Olympia ; realizzato nel 1863  Manet reinterpretò un altro capolavoro dell’arte rinascimentale, come nella “Colazione sull’erba” laVenere di Urbino di Tiziano, in Olympia, un nudo che richiama anche le prime fotografie da studio. La donna raffigurata è magra, contro la moda del tempo che preferiva una donna “in carne”, considerata più attraente.
    Olympia

    Edouard Manet, Olympia, 1863

    Olympia, raffigurata in una posa classica, scioccò anche per il modo in cui il soggetto sembra guardare negli occhi l’osservatore (sguardo di sfida), mentre la cameriera di colore porge un mazzo di fiori da un presunto corteggiatore. Ma il motivo principale per cui il dipinto fece scalpore era la rappresentazione di una donna sul “posto di lavoro” in quanto prostituta (Olympia era infatti un nome molto diffuso tra le prostitute), aspetto sottolineato dal nastrino di raso nero al collo della donna, tipico delle prostitute del tempo.
    Anche se la mano sinistra copre il pube, il riferimento al pudore e alla tradizionale virtù femminile è ironico. La posa volutamente sprezzante, con la mano sinistra premuta sul ventre, ricorda alcune immagini pornografiche del tempo che, con lo sviluppo della fotografia, cominciavano a circolare clandestinamente nei salotti mondani.

    Il pittore dipinse la donna di colore per creare uno spazio più “normale”, in quanto la presenza di una donna bianca avrebbe conferito allo spazio una tonalità troppo “pulita, ideale”, troppo chiara insomma. La figura in questione inoltre si può inscrivere in un triangolo simile a quello creato dalle piega del lenzuolo del letto sulla parte bassa a sinistra, in cui Olympia è l’asse che separa specularmente queste figure.

Michelangelo Buonarroti

Michelangelo Buonarroti, vissuto nel 1500, è stato uno scultore, pittore, architetto e poeta italiano, tra i protagonisti del Rinascimento e riconosciuto sin dai contemporanei come uno dei più grandi artisti di sempre.

Tra le sue opere più celebri possiamo trovare:

Il David

Michelangelo Buonarroti, Il David, 1501-1504

Il David ; scolpito tra il 1501 e l’inizio del 1504, è largamente considerato un capolavoro della scultura mondiale, in particolare del Rinascimento. È la scultura più nota nel mondo di Michelangelo. Alcuni artisti e storici dell’arte si spingono a dire che sia l’oggetto più bello creato dall’umanità.

Il David ritrae l’eroe biblico nel momento in cui si appresta ad affrontare Golia. La statua, di marmo bianco e alta 5,16 metri, è stata commissionata come simbolo della repubblica fiorentina. Si trova esposta alla Galleria dell’Accademia di Firenze.

  • Il Giudizio Universale ; affresco di dimensioni 13,7 x 12,2 m, realizzato tra il 1536 ed il 1541 per decorare la parete dietro l’altare della Cappella Sistina (Musei Vaticani).

Il Giudizio Universale

Michelangelo Buonaroti, Il Giudizio Universale, 1536-1541

La grandiosa composizione si incentra intorno alla figura dominante del Cristo, colto nell’attimo che precede quello in cui verrà emesso il verdetto del Giudizio Universale. Il suo gesto, imperioso e pacato, sembra al tempo stesso richiamare l’attenzione e placare l’agitazione circostante: esso dà l’avvio ad un ampio e lento movimento rotatorio in cui sono coinvolte tutte le figure. Ne rimangono escluse le due lunette in alto con gruppi di angeli recanti in volo i simboli della Passione (a sinistra la Croce, i dadi e la corona di spine; a destra la colonna della Flagellazione, la scala e l’asta con la spugna imbevuta di aceto). Accanto a Cristo è la Vergine, che volge il capo in un gesto di rassegnazione: ella infatti non può più intervenire nella decisione, ma solo attendere l’esito del Giudizio. È importante notare come lei guardi con dolcezza gli eletti al regno dei cieli, mentre il Cristo riservi uno sguardo duro e aspro a coloro che stanno scendendo negli inferi. Anche i Santi e gli Eletti, disposti intorno alle due figure della Madre e del Figlio, attendono con ansia di conoscere il verdetto.

Alcuni di essi sono facilmente riconoscibili: San Pietro con le due chiavi, prive delle nappe in quanto non servono più ad aprire e chiudere le porte dei cieli, San Lorenzo con la graticola, San Bartolomeocon la propria pelle – nella quale, nel 1925, il medico e umanista calabrese Francesco La Cava riconobbe l’autoritratto di Michelangelo -, Santa Caterina d’Alessandria con la ruota dentata, San Sebastiano inginocchiato con le frecce in mano.

Nella fascia sottostante, al centro gli angeli dell’apocalisserisvegliano i morti al suono delle lunghe trombe; a sinistra i risorti in ascesa verso il cielo recuperano i corpi (resurrezione della carne), a destra angeli e demoni fanno a gara per precipitare i dannati nell’inferno. Infine, in basso Caronte a colpi di remo insieme ai demoni fa scendere i dannati dalla sua imbarcazione per condurli davanti al giudice infernaleMinosse, con il corpo avvolto dalle spire del serpente. È evidente in questa parte il riferimento all’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri.

Michelangelo immagina la scena senza nessuna partizione architettonica: l’insieme è governato da un doppio vortice verticale, ascendente e discendente. Ancora una volta l’artista concentra la propria attenzione sul corpo umano, sulla sua perfezione celeste e sulla sua deformazione tragica. La figura prevalente è la figura ellittica, come la mandorla di luce in cui è inscritto il Cristo o il risultato complessivo delle spinte di salita e di discesa, salvo alcune eccezioni, come la sfericità della banda centrale degli angeli con le tube o la triangolarità dei santi ai piedi di Cristo Giudice. Il tema, metaforizzato nella tempesta e nel caos del dipinto, si presta bene alla tormentata religiosità di quegli anni, caratterizzati da contrasti, sia teologici che armati, fra Cattolici e Protestanti e la soluzione di Michelangelo non nasconde il senso di una profonda angoscia nei confronti dell’ultima sentenza. Il Buonarroti si pone in modo personalissimo nei confronti del dibattito religioso, sposando le teorie di un circolo ristretto di intellettuali che auspicava una riconciliazione fra Cristiani dopo una riforma interna della Chiesa stessa. La figura seduta su di una nuvola e con il capo rivolto verso Dio, probabilmente è l’autoritratto di Michelangelo, il quale ha in mano la sua pelle, simbolo del peccato del quale ora è privato.

Leonardo Da Vinci

Leonardo Da Vinci è stato un artista, scienziato e pittore italiano della seconda metà del Quattrocento.Uomo d’ingegno e talento universale del Rinascimento italiano, incarnò in pieno lo spirito universalista della sua epoca, portandolo alle maggiori forme di espressione nei più disparati campi dell’arte e della conoscenza. Fu pittore, scultore, architetto, ingegnere,anatomista, letterato, musicista e inventore, ed è considerato uno dei più grandi geni dell’umanità.

Il suo dipinto più famoso, nonché più enigmatico è la Gioconda ( detta anche Monna Lisa ) ; attualmente conservata nel museo del Louvre a Parigi, dove rappresenta l’attrazione principale, è senza alcun dubbio l’opera più famosa di Leonardo da Vinci e uno dei quadri più celebri della storia dell’arte. Fu denominata “ La Gioconda” nel 1625 da Cassiano del Pozzo, ma fuori dall’Italia è conosciuta col nome che gli diede nel 1550 lo storico Giorgio Vasari: “ La Monna Lisa”.

Numerose le disquisizioni intorno all’identità del soggetto. Secondo alcuni critici si tratta di Lisa Gherardini, moglie del commerciante fiorentino Francesco del Giocondo; secondo altri fu l’amante di Giuliano de Medici, che commissionò il quadro; per altri non è che il simbolo della natura femminile, intesa in senso lato come nobile, pacifica e serena; per altri ancora la persona rappresentata sarebbe la madre dello stesso Leonardo da Vinci.

La donna appare in primo piano, il volto raffigurato quasi frontalmente e il corpo girato di tre quarti. La mano destra si posa con leggerezza sulla sinistra e s’accomoda sul bracciolo di un ampio sedile. Diversamente dalla maggior parte dei ritratti rinascimentali, la Monna Lisa non indossa gioielli appariscenti, vesti di pizzo o complesse acconciature: è invece priva di ornamenti, i capelli sciolti le scoprono il viso e sono coperti da un delicatissimo velo, e le sopracciglia sono depilate secondo la moda del tempo.

La Gioconda

Da Vinci, La Gioconda


L’espressione della dama – su cui fiumi di scrittori e critici spesero mille parole – appare dolce ed enigmatica al tempo stesso. Nonostante le labbra siano increspate in un timido sorriso, non si avverte nessuna contrazione dei muscoli facciali, e dunque il sorriso appare più come risultato di una condizione interiore che come elemento fisico. 
Dietro alla
Gioconda si apre un paesaggio ricco e variegato, illuminato da una forte luce diffusa che esalta le bellezze naturali e il contorno della capigliatura della donna. Il panorama che si scorge non è un ambiente concreto e determinato: sembra quasi essere la sovrapposizione di due territori separati verticalmente dal volto della Monna Lisa. Le linee del laghetto montano, dei sentieri e delle rocce non si corrispondono perfettamente, presentando una discontinuità tra la parte a destra e quella a sinistra.
Com’è tipico nella produzione
leonardesca, anche in questo caso l’impianto compositivo è studiato secondo le più precise regole geometriche e prospettiche. La figura della dama si iscrive in un cono tronco, e le linee verticali dei picchi si pongono in equilibrio con quelle orizzontali delle braccia conserte. Il contorno morbido dell’abito richiama la curva dolce del sentiero di montagna; le pieghe delle maniche sono le stesse delle onde del lago e delle fronde degli alberi. Anche i colori si inseriscono in questo schema di richiami e giustapposizioni: il bronzo del vestito si intona con quello della terra e delle rocce, mentre il chiarore pallido dell’incarnato si pone in netto contrasto con le tinte scure e vivaci del panorama alpino.
Attenuando il chiaroscuro,
Leonardo da Vinci utilizza la tecnica dello sfumato, da lui inventata durante il primo periodo fiorentino ed applicata in quasi tutte le sue opere. 
Le ombre dell’opera, infine, sono colorate, come le dipinsero gli impressionisti tre secoli più tardi: un’altra dimostrazione della notevole capacità anticipatoria e rivoluzionatrice del genio leonardesco.

…fare lo gnorri?

Significa fingere di non capire o di non sapere qualcosa. La parola “gnorri” deriva dalla seconda persona dell’indicativo presente di ignorare (ignori) con la caduta della vocale iniziale e il raddoppiamento espressivo della r. Un’altra ipotesi la fa derivare dall’aggettivo toscano gnoro, nel senso di ignorante, con li “i” finale propria dei cognomi.

Tratto da “Focus Domande&Risposte”

Sandro Botticelli

Botticelli fu un pittore italiano del 1400, le cui opere più famose sono:

  • La Nascita di Venere ; la dea Venere, nuda su una conchiglia, sorge dalla spuma del mare e viene sospinta e riscaldata dal soffio di Zefiro, il vento fecondatore, abbracciato a Clori, la ninfa che simboleggia la fisicità dell’atto d’amore. Sulla riva della spiaggia di Cipro, l’isola cara a Venere, Ora della Primavera, una delle ninfe che presiedono al mutare delle stagioni, porge alla dea un manto ricamato di fiori per proteggerla.

La Nascita di Venere

Botticelli, Nascita di Venere, 1483-1485

Il disegno è armonico, delicato; le linee sono elegantissime e creano, nelle onde appena increspate, nel gonfiarsi delle vesti, nel fluire armonico dei capelli della dea e nello stesso profilo della spiaggia, dei giochi decorativi sinuosi e aggraziati. I colori sono chiari e puri, le forme nette, raffinatissime e trovano la loro sublimazione nel nudo statuario e pudico della dea.

La nudità di Venere è esaltazione della bellezza classicamente intesa e, al contempo, della purezza dell’anima.

Il soffio vitale offerto dai due amanti, Zefiro e Clori e la vestizione da parte della ninfa sono i due lati ideali di un triangolo al vertice del quale si pone Venere che diviene, quindi, l’elemento mediano dell’intera scena e ci ammonisce sulla necessità di equilibrio, nell’esperienza amorosa, tra passione fisica e purezza spirituale, tra esaltazione dei sensi e elevazione dell’essenza. Un’interpretazione più accurata dell’opera porta a credere che la figura femminile abbracciata a Zefiro sia Bora, altro importante vento che spira sull’isola di Cipro. Venere, qui rappresentata nel momento del suo arrivo sull’isola (Afrodite è spesso definita la Cipride) è nata dal pene di Urano che dopo l’evirazione da parte di Crono è caduto in mare fondendosi alla schiuma delle onde. È questa quindi una rappresentazione della Venere Uranea o Celeste, ragion pura e bellezza più alta nei sensi, in contrapposizione con la Venere terrena della Primavera .

  • La PrimaveraSecondo l’interpretazione che ne diede Adolph Gaspary nel 1888, mutuata e articolata da Aby Warburg cinque anni dopo, le figure, partendo da sinistra sono:
    La Primavera

    Botticelli, La Primavera

    • Mercurio identificato dai calzari alati e dal caduceo rivolto verso il cielo;
    • le tre Grazie, figure mitologiche impegnate in una danza assai leggiadra;
    • La dea Venere che fa da asse alla composizione;
    • Cupido che volando sul capo della figura centrale è impegnato a dardeggiare una delle tre fanciulle quasi nude e guarnite di acconciature elaborate e diverse con perle;
    • Flora che unica del gruppo guarda direttamente l’osservatore e sembra intenta a spargere i suoi fiori all’esterno della scena;
    • Clori che produce i fiori primaverili dalla bocca;
    • Il vento Boreo (Zefiro), raffigurato con colori freddi mentre rincorre e tenta di catturare la sua sposa Clori.

    L’ipotesi più accreditata riguardo alle tre fanciulle danzanti, che costoro rappresentino le tre Grazie: quella di sinistra, dalla capigliatura ribelle, la Voluttà (Voluptas), quella centrale, dallo sguardo malinconico e dall’atteggiamento introverso, la Castità (Castitas), quella di destra, con al collo una collana che sostiene un’elegante prezioso pendente e dal velo sottile che le copre i capelli, la Bellezza (Pulchritudo).

…volo pindarico?

Si dice volo pindarico, in un qualsiasi discorso scritto o parlato, un passaggio rapido (appunto, un volo) da un argomento ad un altro, senza che sia espressa la connessione logica dell’uno con l’altro.

Enfatico. L’espressione fa riferimento allo stile enfatico e solenne del poeta lirico greco Pindaro ( Cinoscefale 518 a.C. – Argo 438 a.C.), caratterizzato da repentine svolte logiche, passaggi arditi e cambiamenti improvvisi, non sempre facili da intendersi, con cui era solito introdurre nelle proprie odi episodi del mito classico, pur nel contesto di una struttura poetica unitaria.

Tratto da “Focus Domande&Risposte”