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Posts Tagged ‘artista’

Edvard Munch è stato un pittore norvegese. Uno dei massimi esponenti del Decadentismo e dell’espressionismo, visse fra l’Ottocento ed il Novecento.

L'Urlo

Edvard Munch, L'Urlo, 1893

L’urlo e’ il piu’ celebre quadro di Munch ed, in assoluto, uno dei piu’ famosi dell’espressionismo nordico. In esso e’ condensato tutto il rapporto angoscioso che l’artista Munch avverte nei confronti della vita. Lo spunto è decisamente autobiografico, poichè l’uomo in primo piano che urla e’ Munch stesso. Tuttavia, al di la’ della sua relativa occasionalita’, il quadro dell’urlo ha una indubbia capacita’ di trasmettere sensazioni universali. E cio’ soprattutto per il suo crudo stile pittorico. Il quadro presenta, in primo piano, l’uomo che urla. Lo taglia in diagonale il parapetto del ponte visto in fuga verso sinistra. Sulla destra vi e’ invece un innaturale paesaggio, desolato e poco accogliente. In alto il cielo e’ striato di un rosso molto drammatico. L’uomo e’ rappresentato in maniera molto visionaria. Ha un aspetto sinuoso e molle. Piu’ che ad un corpo, fa pensare ad uno spirito. La testa e’ completamente calva come un teschio ricoperto da una pelle mummificata. Gli occhi hanno uno sguardo allucinato e terrorizzato. Il naso e’ quasi assente, mentre la bocca si apre in uno spasmo innaturale. L’ovale della bocca e’ il vero centro compositivo del quadro. Da esso le onde sonore del grido mettono in movimento tutto il quadro: agitano sia il corpo dell’uomo sia le onde che definiscono il paesaggio e il cielo. Restano diritti solo il ponte e le sagome dei due uomini sullo sfondo. Sono sordi ed impassibili all’urlo che proviene dall’anima dell’uomo. Sono gli amici del pittore, incuranti della sua angoscia, a testimonianza della falsita’ dei rapporti umani. L’urlo di questo quadro e’ una intesa esplosione di energia psichica. E’ tutta l’angoscia che si racchiude in uno spirito tormentato che vuole esplodere in un grido liberatorio. Ma nel quadro non c’e’ alcun elemento che induca a credere alla liberazione consolatoria. L’urlo rimane solo un grido sordo che non puo’ essere avvertito dagli altri ma rappresenta tutto il dolore che vorrebbe uscire da noi, senza mai riuscirci. E cosi’ l’urlo diviene solo un modo per guardare dentro di se’, ritrovandovi angoscia e disperazione.

Sera nel Corso Karl Johann

Edvard Munch, Sera nel Corso Karl Johann, 1892

La Sera nel corso Karl Johann del 1892 è un’opera inquietante. Il passeggio per la via principale della città è visto come una processione di zombie in abiti alla moda. Tutte le fisionomie sono stravolte, hanno gli sguardi fissi, le teste ricordano dei teschi, hanno anche un colore bianco-giallastro, i corpi sembrano dei fantocci. Sembrano venire avanti inesorabilmente, come degli automi telecomandati, senza espressione, senza vita, senza umanità. Sulla destra la figura nera che cammina in direzione opposta. Eppure nonostante l’aspetto esile, – sembra un’ombra, non si vede il volto – ha un  aspetto pù umano, non è un essere svuotato e mostruoso come quelli in primo piano. Cammina, da solo, in silenzio va per la sua strada, sembra avere una volontà, una meta. E’ la metafora della libertà e dell’artista, che procede controcorrente e non viene compreso dalla società (mostruosa).

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Pablo Picasso è stato un pittore spagnolo di fama mondiale, è considerato uno dei maestri della pittura del XX secolo.

Guernica

Pablo Picasso, Guernica, 1937

Guernica ;  fin dagli inizi della guerra di Spagna Picasso si era dichiarato a favore del governo repubblicano, e Guernica rappresenta quindi il momento del dolore e dell’ira. L’opera, di effetto monumentale, venne realizzata dopo la distruzione della cittadina basca, in meno di due mesi. Abbiamo diverse versioni del quadro. Picasso studiò febbrilmente la scena in un centinaio di disegni preparatori datati tra il primo ed il nove maggio del 1937. L’emozione e la collera di Picasso per il massacro viene espressa nel quadro con una visione drammatica di corpi sfatti, visi stravolti, in uno sfondo privo di colore in cui echeggiano urla lancinanti. L’autore è all’apice della sua tensione creativa. La novità di quest’opera consiste nella sintassi cromatica che ammette solamente il bianco e il nero, suggerita dalle immagini di distruzione apparse sui giornali. Si può dire, dunque, che la scena non è ambientata né dentro né fuori, bensì ovunque, poiché diverse linee guidano lo sguardo in profondità, accorciamenti prospettici irregolari confondono il dato spaziale, e non si può stabilire un’unica fonte di luce. La composizione, che si allunga orizzontalmente, riunisce sette gruppi di personaggi, e presenta un’articolazione chiara e raffinata. Due scene occupano le superfici laterali di destra e di sinistra; tra queste, secondo una struttura triangolare, si sviluppa una terza scena. Al centro, in una posizione innaturale, si vede un cavallo ferito che si volge a sinistra; dalle fauci dolorosamente spalancate fuoriescono strazianti nitriti. A destra si allungano il profilo stilizzato di una testa umana e un braccio che tiene accesa sulla scena una lampada a petrolio. Sopra la testa del cavallo s’innalza un grande “occhio di Dio” inserito al posto della pupilla, che presenta una lampadina e che è simbolo allo stesso tempo del sole e della luce elettrica. A destra del cavallo una donna inginocchiata conclude il gruppo compositivo centrale. A sinistra e sotto il cavallo ferito giace, al suolo con le braccia aperte quasi fosse crocefisso, la statua di un guerriero, che stringe con la mano destra una spada spezzata. Sopra la statua del guerriero della parte sinistra vi sono, tra le macerie fumanti, un toro e una madre urlante che tiene tra le braccia il figlio morto. Sul margine destro ,invece, vi è una figura col capo rovesciato all’indietro, la bocca spalancata in un grido di agonizzante dolore poiché avvolta dalle fiamme. Nel gennaio del 1937 il governo del Fronte Popolare affidò a Picasso la realizzazione di un pannello murale per l’arredamento del padiglione spagnolo all’esposizione mondiale che sarebbe stata inaugurata a Parigi nel luglio di quell’anno. Picasso dunque si trasferì in un nuovo atelier situato in Rue des Grands-Augustins a Parigi, la stessa strada nella quale Balzac aveva ambientato la sua novella Chef-d’œuvre inconnu. Per l’esecuzione del nuovo incarico egli pensò sulle prime di ricorrere ad un tema che trattasse la libertà dell’arte; quando però venne a sapere del bombardamento di Guernica, impressionato a tal punto da tale avvenimento, mutò il suo progetto. L’opera, realizzata già a metà giugno, sarà esposta nel padiglione Spagnolo all’Esposizione Internazionale delle Arti e Tecniche di Parigi (a cui parteciparono altri illustri pittori spagnoli: Joan Miró, Julio González e Javier Bueno), e verrà successivamente spostata negli Stati Uniti a New York al Museum of Modern Art durante l’occupazione nazista di Parigi. Picasso aveva pensato l’opera per Madrid, ma fintanto che il dittatore Franco rimase in vita, rifiutò di consegnarla alla Spagna. Il dipinto giunse in Spagna con la fine della dittatura, nel 1981, e per lungo tempo è stato esposto a Madrid al Casón del Buen Retiro presso il Prado (la direzione del quale gli era stata affidata dal governo repubblicano). Oggi è visibile al museo Reina Sofia di Madrid.

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Paul Cézanne è stato un pittore francese post impressionista.

I Giocatori di Carte

Paul Cézanne, I Giocatori di Carte, 1893-1896

I Giocatori di carte è un dipinto realizzato tra il 1893 ed il 1896. È conservato al Musée d’Orsay di Parigi. Sul medesimo tema della partita a carte Cézanne dipinse cinque differenti versioni a partire dal 1890, e ogni versione fu preparata con numerosi studi di ritratto (nel personaggio a sinistra è stato riconosciuto il giardiniere di casa Cézanne, Père Alexandre), mentre la successione delle versioni vede un progressivo ridursi dei personaggi da cinque a due. L’impulso a realizzare questo ciclo venne al pittore dallo studio del quadro Giocatori di carte del pittore francese del Seicento Louis Le Nain, conservato nel Museo Granet di Aix. Il dipinto raffigura due personaggi maschili di mezza età che siedono in un cafè, l’uno di fronte all’altro a un piccolo tavolo di legno, con una tovaglietta color ruggine, intenti a giocare a carte. Sono ripresi di profilo, entrambi appoggiano braccia e mani sul tavolo reggendo le carte a ventaglio e rivolgendo loro uno sguardo intenso e concentrato. Al centro del tavolo poggia una bottiglia di vino, asse verticale della composizione, che rende l’immagine quasi speculare, se non fosse che il giocatore di destra risulta esser stato in parte “tagliato fuori” dalla composizione. I due personaggi, infatti, sembrano esser l’uno lo specchio dell’altro per posizione e aspetto. Differiscono per piccoli particolari: l’uomo di sinistra indossa una giacca pesante marrone, una bombetta del medesimo colore e fuma una pipa, il personaggio di destra invece veste una giacca verde oliva e un cappello marrone scuro morbido e sembra essere di qualche anno più giovane nonostante i capelli lievemente brizzolati che si ravvisano appena sotto il berretto. Sullo sfondo si scorge una parete, caratterizzata da una boiserie in legno scuro e sopra da uno specchio che riflette l’ambiente in modo confuso, così da non poterne percepire le dimensioni. L’immagine si presenta con uno schema fortemente geometrizzato, che conferisce ai due personaggi dignità classica. Distorcendo la visione prospettica, Cèzanne riesce ad ottenere il massimo grado di centralità, che risulti credibile in una scena di vita vissuta: questo lieve scarto dal centro è un acuto stratagemma per evitare il rischio che l’opera risulti troppo artefatta: le cose non ci si presentano mai in uno stato di perfetto equilibrio. La scena si svolge in un’atmosfera calda, quasi accogliente, conferitagli dalla gamma cromatica utilizzata, sui toni del rosso e del marrone; eccezione fatta per l’utilizzo del bianco che serve a mettere in evidenza gli elementi portanti e significativi del dipinto: la camicia dei giocatori, le carte, e il riflesso sulla bottiglia di vino. Le pennellate si compongono a tasselli, e talvolta si presentano solitarie e sintetiche, come il riflesso sulla bottiglia o il semplice tratto che descrive l’occhio infossato del giocatore di destra. Nel dipinto Cèzanne, non rende solo un’impressione, ma anche una descrizione del senso interno all’azione, come se fosse la sintesi destinata a permanere nella mente, quasi calcificata e sotto forma di ricordo.

La Casa dell'Impiccato

Paul Cézanne, La Casa dell'Impiccato, 1872

La Casa dell’Impiccato è una delle tre tele che Cézanne presenta alla prima mostra impressionista del 1874. L’influsso del suo amico Camille Pissarro, con il quale lavora regolarmente nella regione di Pontoise e di Auvers-sur-Oise, è evidente. Rispetto alle sue opere di gioventù, Cézanne ha adottato i colori chiari e la pennellata frammentata degli impressionisti. Egli ha altresì abbandonato i temi drammatici o letterari a favore di un soggetto semplice, addirittura banale. Benché si tratti di un’opera impressionista, La casa dell’impiccato rivela un impressionismo molto personale e rivisitato dall’artista stesso. La composizione di questa tela è complessa. Possiamo notare molti assi forti a partire da un punto centrale: una strada che sale verso la sinistra; un’altra che scende verso la parte centrale del quadro; una scarpata che forma una curva che sbuca verso destra; i rami degli alberi si innalzano obliquamente verso l’alto. I piani si uniscono in modo molto ravvicinato. Lo spessore della pennellata granulosa sembra “costruire” il quadro. L’assenza di personaggi, la vegetazione immobile, austera, le tonalità fredde contribuiscono a creare un forte sentimento di solitudine.
Questo quadro, tuttavia, benché non abbia convinto la critica, è anche la prima opera che Cézanne riuscirà a vendere ad un collezionista.

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Vincent van Gogh è stato un pittore olandese, autore di quasi 900 tele e più di mille disegni, tanto geniale quanto incompreso in vita.

Per Van Gogh l’autoritratto appare quasi come una necessità, un desiderio di dialogo che non può intrecciare se non con sé stesso, l’unico mezzo per uscire da una solitudine esistenziale senza scampo, rispecchiandosi in sè per cercare da fuori le ragioni della propria sofferenza: l’autoritratto è la messa in scena del suo dramma umano, il tentativo di un’autoanalisi attraverso tratteggi, forme, volumi, colori,  il tentativo di giungere alla sintesi perfetta tra raffigurazione fisica e sentimento interiore, tra ciò che lo spettatore vede e ciò che l’artista sente. Proprio questa intenzione determina le rivoluzionarie caratteristiche formali e stilistiche della pittura di van Gogh, che diverranno proprie di tutto il movimento espressionista, scardinando ogni concetto naturalistico e delegando alla sensibilità soggettiva dell’artista l’interpretazione e la rappresentazione della realtà.

Autoritratto

Vincent van Gogh, Autoritratto, 1887

In questo “Autoritratto” del 1887, uno dei tanti realizzati da Van Gogh in periodi diversi, si nota con grande risalto l’influenza del Pointillisme, uno stile ed una tecnica che l’artista incontrò durante un suo soggiorno a Parigi in ambienti impressionisti e che lo influenzò molto in quel periodo, confluendo poi nella definizione di un suo linguaggio personale ed originale. Il colore, steso a pennellate distinte in piccole aree vicine una all’altra, in una profusione di cromatismi vivaci e contrastanti, audacemente accostati, conferisce allo spazio circostante l’immagine dinamismo ed vitalità, segni di un interiore stato psichico, mentre la figura, costruita con tratti decisi e forti, con inserti di colore puro, è l’immagine vibrante di energia di un animo percorso dalle passioni ed in continuo conflitto con sè stesso.

Notte Stellata

Vincent van Gogh, Notte Stellata, 1889

In molti sostengono che La notte stellata, ( uno dei quadri famosi più amati dagli amanti di questo artista), sia stata dipinta poco prima dell’alba. Appare chiaro soprattutto in quest’opera, il suo rapporto umano e visivo con la NaturaQui la grandiosità stellare, e del cielo, diventa l’ Universo più totale, l’immaginazione più visionaria, la descrizione emotiva di un sogno interpretato a cuore aperto. I colori diventano simboli di grandezza espressiva, e ammalia il loro dividersi e le loro proiezioni sui tetti e sugli alberi del paesaggio sottostante.

E questo cielo fatto di blu e gialli accesicontrastanti, continua a brillare sul paesaggio, scavalla la linea dell’orizzonte, ed entra indiscutibilmente nella nostra percezione emotiva.
Queste stelle abbaglianti dal blu, avvolte da spirali, e e linee, possono far riferimento a Qualcosa di più grande ancora, una presenza molto sentita da VincentAllo stesso modo, il tratto, il suo veicolo di espressione, è sempre spezzato ,”cardiaco”, tormentatoSembra sempre scandire attimi, sensazioni, angoscia che comunque sono soggetti al passaggio.
Malgrado il suo dissidio però, noi siamo ancora qui a descrivere ciò che ci ha lasciato.
Siamo ancora senza dubbio, trasportati, rapiti, ipnotizzati, da questa Notte di stelle, e strani altri astri celesti, che prima si proiettavano in un paesaggio di alberi e case, poi, nella nostra emotività.
Vanci ha passato questo, tramite la sua sofferenza, facendocelo, recepire e accettare, come una una piccola, infinita descrizione di qualche minuto di poesia, prima del risveglio del

Notte stellata, rimane uno dei capolavori artistici, più importanti del diciannovesimo secolo.

Campo di Grano con Corvi

Vincent van Gogh, Campo di Grano con Corvi, 1890

Una delle ultime e più belle opere di van Gogh è il Campo di grano con corvi, del luglio 1890, realizzata poco tempo prima del suicidio e giudicata dalla critica il suo “testamento spirituale”. Spesso si sostiene che il campo di grano ha dei toni drammaticamente cupi, accentuati dal funereo volteggiare dello stormo di corvi neri e dalle pennellate rabbiose e scomposte. Cupo in realtà è solo il cielo, che da un blu rassicurante passa a tonalità cromatiche sempre più scure, non il campo di grano. Cupa, se vogliamo, è l’atmosfera. L’artista infatti non vede futuro per la sua esistenza immediata, anche se la sua anima continua ad ardere di un fuoco divoratore. Il campo di grano è così mosso che sembra una foresta in fiamme, in cui strade vuote, che portano verso l’ignoto, cercano di farsi largo e su cui volteggiano tristi presagi: i corvi neri appunto, che sembrano arrivare come avvoltoi su un cadavere. La tela è un grido di dolore, accentuato dal ritmo a strappi, vorticoso, delle pennellate. La strada è senza via d’uscita perché i campi, che esprimono i valori rurali del passato, nulla possono contro i nuovi valori borghesi, rappresentati da un cielo che pare un oceano in tempesta, in cui il chiaro si mescola allo scuro confondendo ogni cosa. In mezzo a questo cielo tenebroso macchie bianche indistinte, misticheggianti, sembrano voler indicare gli astri o nuvole minacciose, ma in realtà raffigurano la solitudine dell’artista, ripiegato su se stesso. Nell’ansia di cercare qualcosa che colleghi il campo di grano al cielo (e il collegamento è dato appunto dalla strada), l’artista non trova altro che se stesso, svuotato, e i corvi neri sembrano essere la conseguenza ineluttabile della devastazione: stanno per arrivare come una minaccia incombente, una tempesta della natura. Con quale lucidità, dinamismo e potenza di sintesi un uomo riesce a rappresentare così la propria fine! Non essendoci luminosità nel cielo, appare chiaro che i campi sono gialli soltanto perché ricevono una luce dall’interno. Stridente è il divario tra interno ed esterno: non c’è vera comunicazione tra soggetto e oggetto, ma solo ansia d’averla e disperazione di non poterla avere. La strada infatti non è una mediazione, ma appunto un’ansia, un desiderio oscuro, nervoso, che in questo tentativo, vano, di trasformare la realtà, si rende conto di non avere forze sufficienti. Gli orli verdi dei due viottoli forse indicano l’onestà di fondo di una ricerca personale. Il campo di grano è insomma l’elegia di uno sconfitto. La strada infatti non porta da nessuna parte ed è virtualmente percorsa da una persona, l’artista, che non sa dove andare, né cosa cercare.

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Edgar Degas è stato un pittore e scultore francese. La maggior parte delle sue opere possono essere ascritte al grande movimento impressionista.

La cosa principale che accomuna Degas agli altri impressionisti è la sensibilità innovativa ed informale che entra in gioco nel dipingere la realtà. Le sue tematiche preferite sono, i campi di corse i caffè, i teatri, i postriboli, i boulevard, gli spettacoli di ballo, ed in generale gli ambienti interni con donne in intimità privata ed immerse nel loro ruolo (dalle ballerine alle stiratrici alle donne in atteggiamenti di pettinarsi o mettersi una scarpa). Nulla sfugge alla sua esplorazione, crudele e qualche volta e spietata, e  di solito penetrante. Egli è un attento osservatore ed è in una continua ricerca psicologica nelle più profonde intimità dei personaggi che rappresenta nelle sue tele, inserendo in esse la spontaneità della vita quotidianamente vissuta.

La Classe di Danza

Edgar Degas, La Classe di Danza, 1873-1875

Il dipinto più famoso di Degas è sicuramente La Classe di Danzaè il primo dei grandi dipinti appartenente alla serie delle ballerine. Realizzato tra il 1873-1875. In esso l’artista rappresenta il momento in cui una ballerina sta provando dei passi di danza seguita dall’occhio del maestro, mentre le altre ragazze disposte a semicircolo attendono il loro turno. Il taglio che Degas impone al dipinto e di tipo fotografico, alcune figure risultano fuoriuscire dall’inquadratura. I gesti delle ballerine sono indagati con attenzione quasi ossessiva. Quella con il fiocco giallo seduta sul pianoforte si sta grattando la schiena; quello di spalle con il fiocco rosso fra i capelli sta facendosi aria con un ventaglio. Tra le altre poi v’è quelle che si aggiusta l’orecchino, quella che si sistema l’acconciatura, quella che ride, quella che parla con la compagna,e come in ogni classe scolastica quando, sul finire della lezione, l’ atmosfera si fa più rilassata è informale. Cogliere questi aspetti del quotidiano è una scelta precisa dell’artista che in ogni sua opera si pone nei confronti dei personaggi, e come lui stesso affermò:”come si guardasse dal buoco della serratura”. Degas ricostruisce l’atmosfera della sala con garbo e raffinatezza e inserendo le fanciulle in una luce morbida.Sia il disegno prospettico del pavimento sia il tono complessivamente neutro del parquet e delle pareti, contribuiscono a dare all’insieme un senso di quieto realismo m tipico di tutti gli interni dell’artista. Dal punto di vista tecnico in opposizione alle teorie impressioniste egli non rifiuta nè il disegno nè l’uso del bianco e del nero. Bianchi sono infatti i tutù delle fanciulle e neri sono i nastri intorno al collo delle ballerine. Degas è un pittore che non ama i paesaggi nè, di conseguenza la loro rappresentazione. Le sue ambientazioni fanno sempre riferimento ai caratteristici interni parigini.

L'Assenzio

Edgar Degas, L'Assenzio, 1876

Tra le opere che raffigurano la vita interna del caffè, la più celebre è certamente L’Assenzio dove in un angolino di un interno pubblico, siedono immobili e con un’aria vagante, davanti al al tavolo con due bicchieri ed una bottiglia, una donna ed un uomo indifferenti alla vita che si svolge intorno a loro, assorti nei loro pensieri ed entrambi sembrano ignorarsi a vicenda, ridotti a vita bruta dai fumi dell’alcol. La donna è una “bella di notte” con un atteggiamento tra il pensieroso e lo smarrito, le mani strette le une alle altre dal vestito visibilmente di falsa lussuosità, l’uomo un robusto homeless con un sigaro in bocca il cappello tirato all’indietro, anch’esso con lo sguardo nell’abisso, non si capisce bene se assorto nei suoi pensieri oppure assente. Nell’opera si legge chiaramente una denuncia sociale sui devastanti effetti che l’alcol produce quotidianamente mettendo in evidenza l’accostamento agli stati sociali cui appartengono i due protagonisti. Il quadro non va visto pericolosamente sotto l’aspetto narrativo dell’Ottocento francese, dove mai si dirigerebbe lo sguardo di una persona sul dramma di due perfetti sconosciuti. Lo sguardo degli osservatori del periodo si dirige in effetti sui due personaggi, non sul dramma da essi vissuto ma focalizzando la loro depravazione. L’opera suscita subito un grande scandalo fra i conservatori, ma trova invece riscontro in tutto il linguaggio espressivo di Degas: l’esplorazione profonda di un frammento di realtà colta all’improvviso e di nascosto.

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Michelangelo Buonarroti, vissuto nel 1500, è stato uno scultore, pittore, architetto e poeta italiano, tra i protagonisti del Rinascimento e riconosciuto sin dai contemporanei come uno dei più grandi artisti di sempre.

Tra le sue opere più celebri possiamo trovare:

Il David

Michelangelo Buonarroti, Il David, 1501-1504

Il David ; scolpito tra il 1501 e l’inizio del 1504, è largamente considerato un capolavoro della scultura mondiale, in particolare del Rinascimento. È la scultura più nota nel mondo di Michelangelo. Alcuni artisti e storici dell’arte si spingono a dire che sia l’oggetto più bello creato dall’umanità.

Il David ritrae l’eroe biblico nel momento in cui si appresta ad affrontare Golia. La statua, di marmo bianco e alta 5,16 metri, è stata commissionata come simbolo della repubblica fiorentina. Si trova esposta alla Galleria dell’Accademia di Firenze.

  • Il Giudizio Universale ; affresco di dimensioni 13,7 x 12,2 m, realizzato tra il 1536 ed il 1541 per decorare la parete dietro l’altare della Cappella Sistina (Musei Vaticani).

Il Giudizio Universale

Michelangelo Buonaroti, Il Giudizio Universale, 1536-1541

La grandiosa composizione si incentra intorno alla figura dominante del Cristo, colto nell’attimo che precede quello in cui verrà emesso il verdetto del Giudizio Universale. Il suo gesto, imperioso e pacato, sembra al tempo stesso richiamare l’attenzione e placare l’agitazione circostante: esso dà l’avvio ad un ampio e lento movimento rotatorio in cui sono coinvolte tutte le figure. Ne rimangono escluse le due lunette in alto con gruppi di angeli recanti in volo i simboli della Passione (a sinistra la Croce, i dadi e la corona di spine; a destra la colonna della Flagellazione, la scala e l’asta con la spugna imbevuta di aceto). Accanto a Cristo è la Vergine, che volge il capo in un gesto di rassegnazione: ella infatti non può più intervenire nella decisione, ma solo attendere l’esito del Giudizio. È importante notare come lei guardi con dolcezza gli eletti al regno dei cieli, mentre il Cristo riservi uno sguardo duro e aspro a coloro che stanno scendendo negli inferi. Anche i Santi e gli Eletti, disposti intorno alle due figure della Madre e del Figlio, attendono con ansia di conoscere il verdetto.

Alcuni di essi sono facilmente riconoscibili: San Pietro con le due chiavi, prive delle nappe in quanto non servono più ad aprire e chiudere le porte dei cieli, San Lorenzo con la graticola, San Bartolomeocon la propria pelle – nella quale, nel 1925, il medico e umanista calabrese Francesco La Cava riconobbe l’autoritratto di Michelangelo -, Santa Caterina d’Alessandria con la ruota dentata, San Sebastiano inginocchiato con le frecce in mano.

Nella fascia sottostante, al centro gli angeli dell’apocalisserisvegliano i morti al suono delle lunghe trombe; a sinistra i risorti in ascesa verso il cielo recuperano i corpi (resurrezione della carne), a destra angeli e demoni fanno a gara per precipitare i dannati nell’inferno. Infine, in basso Caronte a colpi di remo insieme ai demoni fa scendere i dannati dalla sua imbarcazione per condurli davanti al giudice infernaleMinosse, con il corpo avvolto dalle spire del serpente. È evidente in questa parte il riferimento all’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri.

Michelangelo immagina la scena senza nessuna partizione architettonica: l’insieme è governato da un doppio vortice verticale, ascendente e discendente. Ancora una volta l’artista concentra la propria attenzione sul corpo umano, sulla sua perfezione celeste e sulla sua deformazione tragica. La figura prevalente è la figura ellittica, come la mandorla di luce in cui è inscritto il Cristo o il risultato complessivo delle spinte di salita e di discesa, salvo alcune eccezioni, come la sfericità della banda centrale degli angeli con le tube o la triangolarità dei santi ai piedi di Cristo Giudice. Il tema, metaforizzato nella tempesta e nel caos del dipinto, si presta bene alla tormentata religiosità di quegli anni, caratterizzati da contrasti, sia teologici che armati, fra Cattolici e Protestanti e la soluzione di Michelangelo non nasconde il senso di una profonda angoscia nei confronti dell’ultima sentenza. Il Buonarroti si pone in modo personalissimo nei confronti del dibattito religioso, sposando le teorie di un circolo ristretto di intellettuali che auspicava una riconciliazione fra Cristiani dopo una riforma interna della Chiesa stessa. La figura seduta su di una nuvola e con il capo rivolto verso Dio, probabilmente è l’autoritratto di Michelangelo, il quale ha in mano la sua pelle, simbolo del peccato del quale ora è privato.

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Botticelli fu un pittore italiano del 1400, le cui opere più famose sono:

  • La Nascita di Venere ; la dea Venere, nuda su una conchiglia, sorge dalla spuma del mare e viene sospinta e riscaldata dal soffio di Zefiro, il vento fecondatore, abbracciato a Clori, la ninfa che simboleggia la fisicità dell’atto d’amore. Sulla riva della spiaggia di Cipro, l’isola cara a Venere, Ora della Primavera, una delle ninfe che presiedono al mutare delle stagioni, porge alla dea un manto ricamato di fiori per proteggerla.

La Nascita di Venere

Botticelli, Nascita di Venere, 1483-1485

Il disegno è armonico, delicato; le linee sono elegantissime e creano, nelle onde appena increspate, nel gonfiarsi delle vesti, nel fluire armonico dei capelli della dea e nello stesso profilo della spiaggia, dei giochi decorativi sinuosi e aggraziati. I colori sono chiari e puri, le forme nette, raffinatissime e trovano la loro sublimazione nel nudo statuario e pudico della dea.

La nudità di Venere è esaltazione della bellezza classicamente intesa e, al contempo, della purezza dell’anima.

Il soffio vitale offerto dai due amanti, Zefiro e Clori e la vestizione da parte della ninfa sono i due lati ideali di un triangolo al vertice del quale si pone Venere che diviene, quindi, l’elemento mediano dell’intera scena e ci ammonisce sulla necessità di equilibrio, nell’esperienza amorosa, tra passione fisica e purezza spirituale, tra esaltazione dei sensi e elevazione dell’essenza. Un’interpretazione più accurata dell’opera porta a credere che la figura femminile abbracciata a Zefiro sia Bora, altro importante vento che spira sull’isola di Cipro. Venere, qui rappresentata nel momento del suo arrivo sull’isola (Afrodite è spesso definita la Cipride) è nata dal pene di Urano che dopo l’evirazione da parte di Crono è caduto in mare fondendosi alla schiuma delle onde. È questa quindi una rappresentazione della Venere Uranea o Celeste, ragion pura e bellezza più alta nei sensi, in contrapposizione con la Venere terrena della Primavera .

  • La PrimaveraSecondo l’interpretazione che ne diede Adolph Gaspary nel 1888, mutuata e articolata da Aby Warburg cinque anni dopo, le figure, partendo da sinistra sono:
    La Primavera

    Botticelli, La Primavera

    • Mercurio identificato dai calzari alati e dal caduceo rivolto verso il cielo;
    • le tre Grazie, figure mitologiche impegnate in una danza assai leggiadra;
    • La dea Venere che fa da asse alla composizione;
    • Cupido che volando sul capo della figura centrale è impegnato a dardeggiare una delle tre fanciulle quasi nude e guarnite di acconciature elaborate e diverse con perle;
    • Flora che unica del gruppo guarda direttamente l’osservatore e sembra intenta a spargere i suoi fiori all’esterno della scena;
    • Clori che produce i fiori primaverili dalla bocca;
    • Il vento Boreo (Zefiro), raffigurato con colori freddi mentre rincorre e tenta di catturare la sua sposa Clori.

    L’ipotesi più accreditata riguardo alle tre fanciulle danzanti, che costoro rappresentino le tre Grazie: quella di sinistra, dalla capigliatura ribelle, la Voluttà (Voluptas), quella centrale, dallo sguardo malinconico e dall’atteggiamento introverso, la Castità (Castitas), quella di destra, con al collo una collana che sostiene un’elegante prezioso pendente e dal velo sottile che le copre i capelli, la Bellezza (Pulchritudo).

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