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Posts Tagged ‘pittura’

Edvard Munch è stato un pittore norvegese. Uno dei massimi esponenti del Decadentismo e dell’espressionismo, visse fra l’Ottocento ed il Novecento.

L'Urlo

Edvard Munch, L'Urlo, 1893

L’urlo e’ il piu’ celebre quadro di Munch ed, in assoluto, uno dei piu’ famosi dell’espressionismo nordico. In esso e’ condensato tutto il rapporto angoscioso che l’artista Munch avverte nei confronti della vita. Lo spunto è decisamente autobiografico, poichè l’uomo in primo piano che urla e’ Munch stesso. Tuttavia, al di la’ della sua relativa occasionalita’, il quadro dell’urlo ha una indubbia capacita’ di trasmettere sensazioni universali. E cio’ soprattutto per il suo crudo stile pittorico. Il quadro presenta, in primo piano, l’uomo che urla. Lo taglia in diagonale il parapetto del ponte visto in fuga verso sinistra. Sulla destra vi e’ invece un innaturale paesaggio, desolato e poco accogliente. In alto il cielo e’ striato di un rosso molto drammatico. L’uomo e’ rappresentato in maniera molto visionaria. Ha un aspetto sinuoso e molle. Piu’ che ad un corpo, fa pensare ad uno spirito. La testa e’ completamente calva come un teschio ricoperto da una pelle mummificata. Gli occhi hanno uno sguardo allucinato e terrorizzato. Il naso e’ quasi assente, mentre la bocca si apre in uno spasmo innaturale. L’ovale della bocca e’ il vero centro compositivo del quadro. Da esso le onde sonore del grido mettono in movimento tutto il quadro: agitano sia il corpo dell’uomo sia le onde che definiscono il paesaggio e il cielo. Restano diritti solo il ponte e le sagome dei due uomini sullo sfondo. Sono sordi ed impassibili all’urlo che proviene dall’anima dell’uomo. Sono gli amici del pittore, incuranti della sua angoscia, a testimonianza della falsita’ dei rapporti umani. L’urlo di questo quadro e’ una intesa esplosione di energia psichica. E’ tutta l’angoscia che si racchiude in uno spirito tormentato che vuole esplodere in un grido liberatorio. Ma nel quadro non c’e’ alcun elemento che induca a credere alla liberazione consolatoria. L’urlo rimane solo un grido sordo che non puo’ essere avvertito dagli altri ma rappresenta tutto il dolore che vorrebbe uscire da noi, senza mai riuscirci. E cosi’ l’urlo diviene solo un modo per guardare dentro di se’, ritrovandovi angoscia e disperazione.

Sera nel Corso Karl Johann

Edvard Munch, Sera nel Corso Karl Johann, 1892

La Sera nel corso Karl Johann del 1892 è un’opera inquietante. Il passeggio per la via principale della città è visto come una processione di zombie in abiti alla moda. Tutte le fisionomie sono stravolte, hanno gli sguardi fissi, le teste ricordano dei teschi, hanno anche un colore bianco-giallastro, i corpi sembrano dei fantocci. Sembrano venire avanti inesorabilmente, come degli automi telecomandati, senza espressione, senza vita, senza umanità. Sulla destra la figura nera che cammina in direzione opposta. Eppure nonostante l’aspetto esile, – sembra un’ombra, non si vede il volto – ha un  aspetto pù umano, non è un essere svuotato e mostruoso come quelli in primo piano. Cammina, da solo, in silenzio va per la sua strada, sembra avere una volontà, una meta. E’ la metafora della libertà e dell’artista, che procede controcorrente e non viene compreso dalla società (mostruosa).

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Paul Cézanne è stato un pittore francese post impressionista.

I Giocatori di Carte

Paul Cézanne, I Giocatori di Carte, 1893-1896

I Giocatori di carte è un dipinto realizzato tra il 1893 ed il 1896. È conservato al Musée d’Orsay di Parigi. Sul medesimo tema della partita a carte Cézanne dipinse cinque differenti versioni a partire dal 1890, e ogni versione fu preparata con numerosi studi di ritratto (nel personaggio a sinistra è stato riconosciuto il giardiniere di casa Cézanne, Père Alexandre), mentre la successione delle versioni vede un progressivo ridursi dei personaggi da cinque a due. L’impulso a realizzare questo ciclo venne al pittore dallo studio del quadro Giocatori di carte del pittore francese del Seicento Louis Le Nain, conservato nel Museo Granet di Aix. Il dipinto raffigura due personaggi maschili di mezza età che siedono in un cafè, l’uno di fronte all’altro a un piccolo tavolo di legno, con una tovaglietta color ruggine, intenti a giocare a carte. Sono ripresi di profilo, entrambi appoggiano braccia e mani sul tavolo reggendo le carte a ventaglio e rivolgendo loro uno sguardo intenso e concentrato. Al centro del tavolo poggia una bottiglia di vino, asse verticale della composizione, che rende l’immagine quasi speculare, se non fosse che il giocatore di destra risulta esser stato in parte “tagliato fuori” dalla composizione. I due personaggi, infatti, sembrano esser l’uno lo specchio dell’altro per posizione e aspetto. Differiscono per piccoli particolari: l’uomo di sinistra indossa una giacca pesante marrone, una bombetta del medesimo colore e fuma una pipa, il personaggio di destra invece veste una giacca verde oliva e un cappello marrone scuro morbido e sembra essere di qualche anno più giovane nonostante i capelli lievemente brizzolati che si ravvisano appena sotto il berretto. Sullo sfondo si scorge una parete, caratterizzata da una boiserie in legno scuro e sopra da uno specchio che riflette l’ambiente in modo confuso, così da non poterne percepire le dimensioni. L’immagine si presenta con uno schema fortemente geometrizzato, che conferisce ai due personaggi dignità classica. Distorcendo la visione prospettica, Cèzanne riesce ad ottenere il massimo grado di centralità, che risulti credibile in una scena di vita vissuta: questo lieve scarto dal centro è un acuto stratagemma per evitare il rischio che l’opera risulti troppo artefatta: le cose non ci si presentano mai in uno stato di perfetto equilibrio. La scena si svolge in un’atmosfera calda, quasi accogliente, conferitagli dalla gamma cromatica utilizzata, sui toni del rosso e del marrone; eccezione fatta per l’utilizzo del bianco che serve a mettere in evidenza gli elementi portanti e significativi del dipinto: la camicia dei giocatori, le carte, e il riflesso sulla bottiglia di vino. Le pennellate si compongono a tasselli, e talvolta si presentano solitarie e sintetiche, come il riflesso sulla bottiglia o il semplice tratto che descrive l’occhio infossato del giocatore di destra. Nel dipinto Cèzanne, non rende solo un’impressione, ma anche una descrizione del senso interno all’azione, come se fosse la sintesi destinata a permanere nella mente, quasi calcificata e sotto forma di ricordo.

La Casa dell'Impiccato

Paul Cézanne, La Casa dell'Impiccato, 1872

La Casa dell’Impiccato è una delle tre tele che Cézanne presenta alla prima mostra impressionista del 1874. L’influsso del suo amico Camille Pissarro, con il quale lavora regolarmente nella regione di Pontoise e di Auvers-sur-Oise, è evidente. Rispetto alle sue opere di gioventù, Cézanne ha adottato i colori chiari e la pennellata frammentata degli impressionisti. Egli ha altresì abbandonato i temi drammatici o letterari a favore di un soggetto semplice, addirittura banale. Benché si tratti di un’opera impressionista, La casa dell’impiccato rivela un impressionismo molto personale e rivisitato dall’artista stesso. La composizione di questa tela è complessa. Possiamo notare molti assi forti a partire da un punto centrale: una strada che sale verso la sinistra; un’altra che scende verso la parte centrale del quadro; una scarpata che forma una curva che sbuca verso destra; i rami degli alberi si innalzano obliquamente verso l’alto. I piani si uniscono in modo molto ravvicinato. Lo spessore della pennellata granulosa sembra “costruire” il quadro. L’assenza di personaggi, la vegetazione immobile, austera, le tonalità fredde contribuiscono a creare un forte sentimento di solitudine.
Questo quadro, tuttavia, benché non abbia convinto la critica, è anche la prima opera che Cézanne riuscirà a vendere ad un collezionista.

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Vincent van Gogh è stato un pittore olandese, autore di quasi 900 tele e più di mille disegni, tanto geniale quanto incompreso in vita.

Per Van Gogh l’autoritratto appare quasi come una necessità, un desiderio di dialogo che non può intrecciare se non con sé stesso, l’unico mezzo per uscire da una solitudine esistenziale senza scampo, rispecchiandosi in sè per cercare da fuori le ragioni della propria sofferenza: l’autoritratto è la messa in scena del suo dramma umano, il tentativo di un’autoanalisi attraverso tratteggi, forme, volumi, colori,  il tentativo di giungere alla sintesi perfetta tra raffigurazione fisica e sentimento interiore, tra ciò che lo spettatore vede e ciò che l’artista sente. Proprio questa intenzione determina le rivoluzionarie caratteristiche formali e stilistiche della pittura di van Gogh, che diverranno proprie di tutto il movimento espressionista, scardinando ogni concetto naturalistico e delegando alla sensibilità soggettiva dell’artista l’interpretazione e la rappresentazione della realtà.

Autoritratto

Vincent van Gogh, Autoritratto, 1887

In questo “Autoritratto” del 1887, uno dei tanti realizzati da Van Gogh in periodi diversi, si nota con grande risalto l’influenza del Pointillisme, uno stile ed una tecnica che l’artista incontrò durante un suo soggiorno a Parigi in ambienti impressionisti e che lo influenzò molto in quel periodo, confluendo poi nella definizione di un suo linguaggio personale ed originale. Il colore, steso a pennellate distinte in piccole aree vicine una all’altra, in una profusione di cromatismi vivaci e contrastanti, audacemente accostati, conferisce allo spazio circostante l’immagine dinamismo ed vitalità, segni di un interiore stato psichico, mentre la figura, costruita con tratti decisi e forti, con inserti di colore puro, è l’immagine vibrante di energia di un animo percorso dalle passioni ed in continuo conflitto con sè stesso.

Notte Stellata

Vincent van Gogh, Notte Stellata, 1889

In molti sostengono che La notte stellata, ( uno dei quadri famosi più amati dagli amanti di questo artista), sia stata dipinta poco prima dell’alba. Appare chiaro soprattutto in quest’opera, il suo rapporto umano e visivo con la NaturaQui la grandiosità stellare, e del cielo, diventa l’ Universo più totale, l’immaginazione più visionaria, la descrizione emotiva di un sogno interpretato a cuore aperto. I colori diventano simboli di grandezza espressiva, e ammalia il loro dividersi e le loro proiezioni sui tetti e sugli alberi del paesaggio sottostante.

E questo cielo fatto di blu e gialli accesicontrastanti, continua a brillare sul paesaggio, scavalla la linea dell’orizzonte, ed entra indiscutibilmente nella nostra percezione emotiva.
Queste stelle abbaglianti dal blu, avvolte da spirali, e e linee, possono far riferimento a Qualcosa di più grande ancora, una presenza molto sentita da VincentAllo stesso modo, il tratto, il suo veicolo di espressione, è sempre spezzato ,”cardiaco”, tormentatoSembra sempre scandire attimi, sensazioni, angoscia che comunque sono soggetti al passaggio.
Malgrado il suo dissidio però, noi siamo ancora qui a descrivere ciò che ci ha lasciato.
Siamo ancora senza dubbio, trasportati, rapiti, ipnotizzati, da questa Notte di stelle, e strani altri astri celesti, che prima si proiettavano in un paesaggio di alberi e case, poi, nella nostra emotività.
Vanci ha passato questo, tramite la sua sofferenza, facendocelo, recepire e accettare, come una una piccola, infinita descrizione di qualche minuto di poesia, prima del risveglio del

Notte stellata, rimane uno dei capolavori artistici, più importanti del diciannovesimo secolo.

Campo di Grano con Corvi

Vincent van Gogh, Campo di Grano con Corvi, 1890

Una delle ultime e più belle opere di van Gogh è il Campo di grano con corvi, del luglio 1890, realizzata poco tempo prima del suicidio e giudicata dalla critica il suo “testamento spirituale”. Spesso si sostiene che il campo di grano ha dei toni drammaticamente cupi, accentuati dal funereo volteggiare dello stormo di corvi neri e dalle pennellate rabbiose e scomposte. Cupo in realtà è solo il cielo, che da un blu rassicurante passa a tonalità cromatiche sempre più scure, non il campo di grano. Cupa, se vogliamo, è l’atmosfera. L’artista infatti non vede futuro per la sua esistenza immediata, anche se la sua anima continua ad ardere di un fuoco divoratore. Il campo di grano è così mosso che sembra una foresta in fiamme, in cui strade vuote, che portano verso l’ignoto, cercano di farsi largo e su cui volteggiano tristi presagi: i corvi neri appunto, che sembrano arrivare come avvoltoi su un cadavere. La tela è un grido di dolore, accentuato dal ritmo a strappi, vorticoso, delle pennellate. La strada è senza via d’uscita perché i campi, che esprimono i valori rurali del passato, nulla possono contro i nuovi valori borghesi, rappresentati da un cielo che pare un oceano in tempesta, in cui il chiaro si mescola allo scuro confondendo ogni cosa. In mezzo a questo cielo tenebroso macchie bianche indistinte, misticheggianti, sembrano voler indicare gli astri o nuvole minacciose, ma in realtà raffigurano la solitudine dell’artista, ripiegato su se stesso. Nell’ansia di cercare qualcosa che colleghi il campo di grano al cielo (e il collegamento è dato appunto dalla strada), l’artista non trova altro che se stesso, svuotato, e i corvi neri sembrano essere la conseguenza ineluttabile della devastazione: stanno per arrivare come una minaccia incombente, una tempesta della natura. Con quale lucidità, dinamismo e potenza di sintesi un uomo riesce a rappresentare così la propria fine! Non essendoci luminosità nel cielo, appare chiaro che i campi sono gialli soltanto perché ricevono una luce dall’interno. Stridente è il divario tra interno ed esterno: non c’è vera comunicazione tra soggetto e oggetto, ma solo ansia d’averla e disperazione di non poterla avere. La strada infatti non è una mediazione, ma appunto un’ansia, un desiderio oscuro, nervoso, che in questo tentativo, vano, di trasformare la realtà, si rende conto di non avere forze sufficienti. Gli orli verdi dei due viottoli forse indicano l’onestà di fondo di una ricerca personale. Il campo di grano è insomma l’elegia di uno sconfitto. La strada infatti non porta da nessuna parte ed è virtualmente percorsa da una persona, l’artista, che non sa dove andare, né cosa cercare.

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Edgar Degas è stato un pittore e scultore francese. La maggior parte delle sue opere possono essere ascritte al grande movimento impressionista.

La cosa principale che accomuna Degas agli altri impressionisti è la sensibilità innovativa ed informale che entra in gioco nel dipingere la realtà. Le sue tematiche preferite sono, i campi di corse i caffè, i teatri, i postriboli, i boulevard, gli spettacoli di ballo, ed in generale gli ambienti interni con donne in intimità privata ed immerse nel loro ruolo (dalle ballerine alle stiratrici alle donne in atteggiamenti di pettinarsi o mettersi una scarpa). Nulla sfugge alla sua esplorazione, crudele e qualche volta e spietata, e  di solito penetrante. Egli è un attento osservatore ed è in una continua ricerca psicologica nelle più profonde intimità dei personaggi che rappresenta nelle sue tele, inserendo in esse la spontaneità della vita quotidianamente vissuta.

La Classe di Danza

Edgar Degas, La Classe di Danza, 1873-1875

Il dipinto più famoso di Degas è sicuramente La Classe di Danzaè il primo dei grandi dipinti appartenente alla serie delle ballerine. Realizzato tra il 1873-1875. In esso l’artista rappresenta il momento in cui una ballerina sta provando dei passi di danza seguita dall’occhio del maestro, mentre le altre ragazze disposte a semicircolo attendono il loro turno. Il taglio che Degas impone al dipinto e di tipo fotografico, alcune figure risultano fuoriuscire dall’inquadratura. I gesti delle ballerine sono indagati con attenzione quasi ossessiva. Quella con il fiocco giallo seduta sul pianoforte si sta grattando la schiena; quello di spalle con il fiocco rosso fra i capelli sta facendosi aria con un ventaglio. Tra le altre poi v’è quelle che si aggiusta l’orecchino, quella che si sistema l’acconciatura, quella che ride, quella che parla con la compagna,e come in ogni classe scolastica quando, sul finire della lezione, l’ atmosfera si fa più rilassata è informale. Cogliere questi aspetti del quotidiano è una scelta precisa dell’artista che in ogni sua opera si pone nei confronti dei personaggi, e come lui stesso affermò:”come si guardasse dal buoco della serratura”. Degas ricostruisce l’atmosfera della sala con garbo e raffinatezza e inserendo le fanciulle in una luce morbida.Sia il disegno prospettico del pavimento sia il tono complessivamente neutro del parquet e delle pareti, contribuiscono a dare all’insieme un senso di quieto realismo m tipico di tutti gli interni dell’artista. Dal punto di vista tecnico in opposizione alle teorie impressioniste egli non rifiuta nè il disegno nè l’uso del bianco e del nero. Bianchi sono infatti i tutù delle fanciulle e neri sono i nastri intorno al collo delle ballerine. Degas è un pittore che non ama i paesaggi nè, di conseguenza la loro rappresentazione. Le sue ambientazioni fanno sempre riferimento ai caratteristici interni parigini.

L'Assenzio

Edgar Degas, L'Assenzio, 1876

Tra le opere che raffigurano la vita interna del caffè, la più celebre è certamente L’Assenzio dove in un angolino di un interno pubblico, siedono immobili e con un’aria vagante, davanti al al tavolo con due bicchieri ed una bottiglia, una donna ed un uomo indifferenti alla vita che si svolge intorno a loro, assorti nei loro pensieri ed entrambi sembrano ignorarsi a vicenda, ridotti a vita bruta dai fumi dell’alcol. La donna è una “bella di notte” con un atteggiamento tra il pensieroso e lo smarrito, le mani strette le une alle altre dal vestito visibilmente di falsa lussuosità, l’uomo un robusto homeless con un sigaro in bocca il cappello tirato all’indietro, anch’esso con lo sguardo nell’abisso, non si capisce bene se assorto nei suoi pensieri oppure assente. Nell’opera si legge chiaramente una denuncia sociale sui devastanti effetti che l’alcol produce quotidianamente mettendo in evidenza l’accostamento agli stati sociali cui appartengono i due protagonisti. Il quadro non va visto pericolosamente sotto l’aspetto narrativo dell’Ottocento francese, dove mai si dirigerebbe lo sguardo di una persona sul dramma di due perfetti sconosciuti. Lo sguardo degli osservatori del periodo si dirige in effetti sui due personaggi, non sul dramma da essi vissuto ma focalizzando la loro depravazione. L’opera suscita subito un grande scandalo fra i conservatori, ma trova invece riscontro in tutto il linguaggio espressivo di Degas: l’esplorazione profonda di un frammento di realtà colta all’improvviso e di nascosto.

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Pierre-Auguste Renoir è stato un pittore francese, tra i massimi esponenti dell’Impressionismo.

Bal au Moulin de la Galette e’ un quadro ch’e’ divenuto un simbolo dell’impressionismo. Nel quadro sono sintetizzati soprattutto quello spirito giovane e ottimista che caratterizza i pittori, ma anche quella gioia di vivere, tipicamente parigina, che coinvolge anche le classi popolari che trovano i loro luoghi di svago nei bar lungo la Senna per una vita apparentemente senza pensieri.

Bal au Moulin de la Galette

Pierre-Auguste Renoir, Bal au Moulin de la Galette, 1876

Il Moulin de la Galette era un locale popolare di Montmartre ove si andava a ballare all’aperto. Rispetto alla Grenouille’re, in questo quadro Renoir si concentra maggiormente sulle figure che riempiono lo spazio della visione. Molti dei personaggi raffigurati sono amici del pittore. Tutto il quadro e’ pervaso da una sensazione rilassata e tranquilla. Le persone sono tutte sorridenti. Sono protetti da una ombra fresca che riflette su di loro una luce chiara ma non accecante. Nella piu’ pura tradizione tonale, Renoir realizza gli spazi e i volumi solo con accostamenti di colori. La sua pennellata, in questo quadro, non e’ il solito tocco virgolettato ma si allunga in un andamento sinuoso e filamentoso. Si e’ molto discusso se questo quadro sia stato o non sia stato realizzato sul posto. La sua complessa elaborazione fanno ritenere che, in realta’, Renoir lo abbia realizzato nel suo studio. Esso, tuttavia, non perde alcunche’ di freschezza ed immediatezza percettiva. La sensazione e’ che il quadro sia il fotogramma di un film in continuo svolgimento. E cio’ serve appunto non a raccontare una storia ma ad esprimere in profondita’ una sensazione vitale.
Questo che rimane, probabilmente, il quadro piu’ celebre di Renoir e’ quasi la sintesi di tutto cio’ che l’impressionismo ha portato come carica innovativa nella pittura francese ed europea.

Colazione dei Canottieri

Pierre-Auguste Renoir, Colazione dei Canottieri, 1880-1882

La Colazione dei canottieri e’ un quadro realizzato pochi anni dopo il Bal au Moulin de la Galette e ne rappresenta per molti versi una variazione sul tema.
La tela raffigura un gruppo di amici sulla terrazza del ristorante Fournaise a Bougival, dove si ritrovavano abitualmente i canottieri che praticavano questo sport sul fiume Senna, ma anche attrici, pittori, ricchi borghesi, dame dell’alta societa’ e scrittori.
Il locale era frequentato anche dai pittori impressionisti e in questa tela Renoir rappresenta anche il pittore Gustave Caillebotte. La donna in primo piano, che ha tra le mani un cagnolino, e’ Aline Charigot, futura moglie di Renoir.
Il quadro e’ uno degli ultimi dipinti “impressionisti” di Renoir e di fatti gia’ si avverte un distacco dalle precedenti opere che si indirizza verso uno stile piu’ classicheggiante. Difatti, non vi e’ piu’ il suo caratteristico tocco un po’ filamentoso e le figure acquistano una solidita’ e una determinatezza piu’ classica. Anche gli effetti di luce sono meno curati, mentre vi e’ piu’ attenzione agli equilibri e all’armonia dei colori tra le varie superfici che compongono la tela. Il quadro offre uno spaccato della societa’ francese del diciannovesimo secolo e restituisce un’atmosfera di spontaneita’ e freschezza, dove i generi artistici tradizionali, quali la pittura di paesaggio, la natura morta e il ritratto, si incontrano. Il risultato e’ un dipinto che cattura l’atmosfera di un luogo idilliaco in cui un gruppo di amici condivide il piacere di un cibo genuino, del buon vino e della natura. Sembra che questa tela sia nata da una sorta di scommessa con Emile Zola. Lo scrittore aveva infatti sfidato gli impressionisti, criticati per la loro pittura superficiale e vaga, a creare una complessa scena di vita moderna, frutto di una lunga riflessione, che inaugurasse un nuovo stile pittorico. La “Colazione dei canottieri” fu la risposta di Renoir.

La Grenouillère

Pierre-Auguste Renoir, La Grenouillère, 1869

La Grenouillère ; il punto di vista è circa il medesimo di Monet ma mentre quest’ ultimo privilegia più l’immagine d’insieme, Renoir è maggiormente sensibile alle presenze umane che, pur con veloci pennellate, appaiono comunque più definite di quelle dell’amico. Renoir adotta una pennellata più minuta, frammentando la luce in piccole chiazzette di colore e conferendo all’insieme una sensazione di gioiosa vivacità. I suoi colori sono mobili e brillanti in continuo e mutevole rapporto reciproco e sempre sensibili agli infiniti filtraggi che la luce del sole subisce nell’attraversare le fronde degli alberi.

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Claude Monet è stato un pittore francese, della seconda metà dell’Ottocento, tra i maggiori esponenti dell’Impressionismo.

Monet dipinse molti quadri raffigurando le ninfee.

Ninfee Rosa

Claude Monet, Ninfee Rosa, 1898

Realizzate nei primi due decenni del secolo, mentre si affermavano il Cubismo e le avanguardie, le ninfee di Monet sono l’atto potente di un genio artistico che va oltre il proprio tempo e che dalla lontana invenzione della pittura en plein air oltrepassa tutta la cultura successiva superando di un sol colpo la pittura da cavalletto per addentrarsi in nuovi paesaggi astratti che insegneranno a tutto il Novecento un nuovo modo di vedere la natura. Le ninfee sono infatti il punto di arrivo di un’utopia progettata e realizzata nell’ultima stagione della vita, di un’idea totalizzante di rifondazione della pittura che, partendo dai colori vivi e dai paesaggi senza orizzonte delle stampe giapponesi, si porrà come uno dei grandi contributi alla pittura moderna, non inferiore, come affermerà Picasso nel 1944, alla linea tracciata da Cézanne e dal Cubismo.

Ponte Giapponese

Claude Monet, Ponte Giapponese, 1910

Anche l’arte giapponese ha avuto un ruolo determinante nella vita e nella ricerca artistica di Monet: in mostra a Milano, l’anno scorso, sono state esposte, a rotazione per ragioni conservative, 52 stampe di Hokusai e Hiroshige, provenienti dal Museo Guimet di Parigi. Monet non è il solo pittore ad essere influenzato dalle produzioni giapponesi che ormai circolavano in Europa, ma è sicuramente il maggiore collezionista con 276 stampe nella tradizione ukiyo-e. Il suo maggiore interesse è la lettura del paesaggio e della natura attraverso un loro frammento e la serialità delle vedute, in particolare quelle del Monte Fuji e dei fiori di Hokusai, così come quelle delle acque e dei ponti di Hiroshige.
Il confronto tra l’idea di paesaggio nell’arte giapponese e le opere di Monet è infine completato dall’esposizione di una serie di preziose fotografie dell’Ottocento, dipinte a mano, di giardini giapponesi.

Impressione: Levar del Sole

Claude Monet, Impressione: Levar del Sole, 1872

Impressione è il titolo del celebre dipinto che diede poi il nome all’ intero movimento impressionista, nel quale sono già perfettamente delineate le tematiche di Monet. Il colore è dato direttamente sulla tela con pennellate brevi e veloci.L’ oggettività del soggetto è superata e stravolta dalla volontà di Monet di trasmetterci attraverso il dipinto le sensazioni provate osservando l’ aurora, l’ impressione di un attimo. L’ uso giustapposto di colori caldi (il rosso e l’ arancio) e freddi (il verde azzurrognolo) rende in modo estremamente suggestivo il senso della nebbia del mattino attraverso cui si fa strada un sole inizialmente pallido con riflessi aranciati che guizzano sul mare.

La Grenouillère

Claude Monet, La Grenouillère, 1869

Un’ opera molto significativa è anche la Grenouillère ;in questo dipinto si può vedere la nuova concezione di Monet. Qui la natura vive in tutta la sua mobilità e continuità. Protagonista del quadro è l’ acqua che, a causa del punto di vista leggermente rialzato, domina buona parte della superficie e la sentiamo proseguire anche verso di noi, oltre i limiti della cornice, grazie all’ effetto prodotto dalle barche parzialmente tagliate fuori. Questo dipinto è stato eseguito in concomitanza con un quadro di un altro pittore molto famoso: Pierre-Auguste Renoir. I due quardi nonostante raffigurino il medesimo paesaggio sono tuttavia molto differenti tra loro

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Èdouard Manet è conosciuto come il padre dell’Impressionismo, sebbene egli stesso non abbia mai voluto essere identificato col gruppo degli Impressionisti, né partecipò mai alle loro esposizioni. Questo perché, per tutta la vita, preferì avere un riconoscimento ufficiale davanti allo Stato mediante l’ammissione al Salon, e non “attraverso sotterfugi”, come lui stesso affermò.

Fu un pittore molto rivoluzionario poichè ebbe la sfrontatezza di pubblicare opere “indecenti” per l’epoca in cui visse, le più famose sono:

  • Colazione sull’erba è un dipinto ad olio su tela di cm 208 x 264 realizzato tra il 1862 ed il1863 dal pittore francese Édouard Manet, è oggi conservato al Musée d’Orsay di Parigi. Il quadro venne esposto al Salon des Refusés nel 1863, dopo essere stato rifiutato al Salon ufficiale, provocando uno scandalo.
    Colazione Sull'Erba

    Edouard Manet, Colazione sull'Erba, 1862-1863

    L’accoglienza non fu, infatti, delle più miti: numerosi critici considerarono l’opera volgare, trattandosi di nudi femminili in libertà in compagnia di giovanotti borghesi. Ma non fu solo il soggetto a sollevare lo sdegno degli osservatori: anche la modernità nello stile, dal punto di vista cromatico e compositivo, venne aspramente criticata a Manet.

    Il quadro raffigura una colazione in un bosco, nei pressi di Argenteuil, dove scorre la Senna. In primo piano vi è una donna nuda che guarda verso il pittore, comodamente adagiata su un panno azzurro, probabilmente una parte delle vesti di cui si è liberata. La modella è Victorine Meurent, che posò anche per la figura di donna sullo sfondo, la quale è intenta a bagnarsi nel fiume. I due giovani in primo piano, vestiti elegantemente, sono Gustave Manet (fratello del pittore) e lo scultore olandese Ferdinand Leenhoff, amico di Manet. Nell’angolo in basso a sinistra, giacciono i vestiti delle donne e la colazione da cui l’opera prende il titolo.

    Nonostante l’impianto compositivo sia di matrice classica, l’utilizzo di abiti moderni gettò scandalo, perché sembrava spogliasse l’opera d’arte dei suoi contenuti elevati. Anche la differenza proporzionale tra la donna sullo sfondo e la barca ormeggiata alla destra venne considerata un’imperizia da parte del pittore: in realtà i morbidi contrasti cromatici e l’utilizzo della prospettiva aerea in chiave moderna inscrivono l’opera nei capolavori del XIX secolo.

  • Olympia ; realizzato nel 1863  Manet reinterpretò un altro capolavoro dell’arte rinascimentale, come nella “Colazione sull’erba” laVenere di Urbino di Tiziano, in Olympia, un nudo che richiama anche le prime fotografie da studio. La donna raffigurata è magra, contro la moda del tempo che preferiva una donna “in carne”, considerata più attraente.
    Olympia

    Edouard Manet, Olympia, 1863

    Olympia, raffigurata in una posa classica, scioccò anche per il modo in cui il soggetto sembra guardare negli occhi l’osservatore (sguardo di sfida), mentre la cameriera di colore porge un mazzo di fiori da un presunto corteggiatore. Ma il motivo principale per cui il dipinto fece scalpore era la rappresentazione di una donna sul “posto di lavoro” in quanto prostituta (Olympia era infatti un nome molto diffuso tra le prostitute), aspetto sottolineato dal nastrino di raso nero al collo della donna, tipico delle prostitute del tempo.
    Anche se la mano sinistra copre il pube, il riferimento al pudore e alla tradizionale virtù femminile è ironico. La posa volutamente sprezzante, con la mano sinistra premuta sul ventre, ricorda alcune immagini pornografiche del tempo che, con lo sviluppo della fotografia, cominciavano a circolare clandestinamente nei salotti mondani.

    Il pittore dipinse la donna di colore per creare uno spazio più “normale”, in quanto la presenza di una donna bianca avrebbe conferito allo spazio una tonalità troppo “pulita, ideale”, troppo chiara insomma. La figura in questione inoltre si può inscrivere in un triangolo simile a quello creato dalle piega del lenzuolo del letto sulla parte bassa a sinistra, in cui Olympia è l’asse che separa specularmente queste figure.

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